Andata e Ritorno - Parte 3

scritto da sergiomis
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Testo: Andata e Ritorno - Parte 3
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I tre giorni successivi passarono in quella strana sospensione che precede le grandi virate del destino. Torino gli si presentò come una scacchiera di granito e portici. Camminò chilometri, con quel passo misurato di chi non vuole arrivare in nessun posto ma ha comunque fretta di arrivarci. Rispetto ai vicoli storti di Bellano, qui le strade parevano tirate con la riga e la squadra: una precisione geometrica che gli restituiva una calma quasi scientifica.
Passeggiò osservando i torinesi, gente che pareva avere sempre un appuntamento urgentissimo, eppure trovava il tempo per sostare tre minuti davanti a una vetrina di cioccolato con la stessa devozione che si riserva a un altare. Cercò cartelli di "Cercasi Personale", ma trovò solo annunci di gatti smarriti e lezioni di ballo liscio. Una sera, guardandosi allo specchio della pensione prima di scendere a cena, si disse che dopotutto quella vita da spettatore non era male, se non fosse stato per quel fastidioso prurito alle mani che solo chi ha passato anni a sfogliare carta sa riconoscere.
Le cene alla pensione diventarono l'appuntamento fisso con la commedia umana. Il signor Gamberini, ormai autoproclamatosi suo mentore urbano, lo istruiva sui segreti della città e i pettegolezzi sugli altri ospiti, tra una forchettata di lesso e un sorso di barbera.
«Vede, caro Rusca, Torino è piena di gente strana. Prenda Caterina: stasera ha deciso che il lesso è troppo stopposo. Domani, stia pur certo, chiederà alla cuoca la ricetta per rifarlo uguale.»
La signora Caterina, dal canto suo, lanciava occhiate di sottecchi a Vittorio, probabilmente cercando di capire se quel nuovo ospite fosse un vedovo inconsolabile o un agente del fisco in incognito. Lui sorrideva, annuiva e restava nel suo guscio, godendosi quel calore fatto di ciarle innocue e rumore di stoviglie.
Di notte, nel silenzio della camera, le riflessioni si facevano più sottili. Aveva i soldi, sì. Poteva vivere di rendita per un bel pezzo. Ma l’idea di svegliarsi ogni mattina senza una occupazione qualsiasi gli sembrava una condanna più che una libertà. Si addormentava pensando che, in fondo, l'ozio è un mestiere faticosissimo per chi ha la schiena abituata a stare curva sui tavoli.
Il quarto giorno, il destino decise di smettere di giocare a nascondino. Complice un improvviso acquazzone che trasformò i marciapiedi in specchi scuri, si rifugiò sotto i portici monumentali di Piazza Castello. Camminando per evitare le pozzanghere, si ritrovò davanti a un portone austero, quasi intimidatorio nella sua eleganza sabauda. Accanto, un piccolo cartello scritto a mano, con una grafia d’altri tempi che pareva quasi scusarsi per il disturbo, era affisso alla bacheca della Biblioteca Reale.
Non era un annuncio di lavoro, non ufficialmente. Parlava di un "riordino straordinario di fondi archivistici" e di una "ricognizione di volumi non catalogati".
Si fermò a leggere, protetto dall’ombra del portico. Sentì il profumo del cuoio vecchio e della carta umida uscire dallo spiraglio del portone. Era un odore che conosceva meglio del proprio, un richiamo che arrivava dritto dai tempi di Bellano. Rimase lì un istante, con la pioggia che picchiava forte poco più in là, pensando che forse, l'istinto a volte sa leggere meglio del viaggiatore il tabellone delle partenze per sapere dove portarti.
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Il portone di legno massiccio della Biblioteca Reale cedette alla spinta con un cigolio grave, quasi a voler ammonire l'intruso sull'antichità del luogo. Vittorio varcò la soglia e si trovò a bocca aperta. Rispetto agli scaffali angusti e polverosi di Bellano e al pur rispettabile archivio di Lugano, quello era un tempio. Soffitti affrescati alti sei metri, file e file di volumi rilegati in pelle di vitello che parevano dormire sonni profondi, e un silenzio solenne, rotto solo dallo scricchiolio del parquet sotto le suole.
Si schiarì la voce e si diresse verso una grande scrivania di noce, dietro la quale un uomo con gli occhiali a pince-nez e un paio di baffi a manubrio stava esaminando un antico registro con l'aria di chi la sa lunga.
«Ehm, buongiorno» esordì Vittorio, sfoderando il suo sorriso più rassicurante. «Mi chiamo Rusca. Vittorio Rusca. Ho visto il cartello affisso all'esterno e, insomma, mi chiedevo se... ecco, se aveste bisogno di una mano. Ho una certa esperienza con i fondi archivistici.»
L'uomo sollevò lo sguardo oltre le lenti, squadrandolo dalla testa ai piedi. «Rusca, dice? E dove avrebbe maturato questa presunta esperienza, se posso chiedere?»
Vittorio sentì un piccolo nodo stringersi alla gola. Il piano era pronto, ma l'imponenza di quel luogo lo faceva sentire minuscolo. «A Rosario» rispose d'un fiato, raddrizzando la schiena. «Ho lavorato per diversi anni presso l'archivio storico della comunità italiana. Catalogazione, riordino di fondi epistolari e pergamene.»
«Rosario?» L'uomo annuì lentamente, riassettando con un gesto misurato i pince-nez sul naso, senza lasciarsi andare ad alcuna battuta sarcastica. «Una città di grande fermento, immagino. Ma qui siamo a Torino, caro il mio Rusca. Le nostre sale e i nostri fondi richiedono un rigore e una precisione che non ammettono distrazioni.»
Vittorio fece appello a tutto il suo repertorio di modestia e intraprendenza. Si avvicinò di un passo, abbassando il tono in una sorta di cospirazione intellettuale. «Capisco la sua diffidenza, glielo assicuro. Ma la carta è carta, ovunque la si trovi. Sono qui a Torino solo da qualche giorno e desidero ardentemente mettere la mia dedizione al servizio di una biblioteca così straordinaria.»
L'archivista rimase in silenzio per qualche secondo, soppesando le parole con la stessa cura con cui avrebbe soppesato un manoscritto prezioso. Poi, con un sospiro, si rimise a sedere.
«Domani mattina, Rusca. Si presenti qui alle otto in punto. Le farò trovare del materiale che darà pane ai suoi denti. Solo allora vedremo se questo suo soggiorno in Sudamerica le ha lasciato addosso qualcosa di più del semplice profumo di cuoio.»
Vittorio annuì con foga e ringraziò, inchinandosi leggermente. Uscendo sotto i portici, trasse un lungo respiro, sentendo l'aria frizzante di Torino sulla pelle.
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Mentre il nostro Vittorio se ne stava raggomitolato sotto le coperte della pensione a ripassare mentalmente le date dei regnanti sabaudi per non sfigurare, a qualche isolato di distanza c’era chi non riusciva a prender sonno per motivi decisamente meno filologici.
Il cavalier Augusto Onorato Passalacqua, l’uomo dai baffi a manubrio e dal pince-nez severo che avevamo lasciato dietro la scrivania della Reale, non era solo un custode di carta vecchia. Era, prima di tutto, un padre sull’orlo di una crisi di nervi burocratica.
In casa Passalacqua, l'atmosfera era quella di un quartier generale alla vigilia di un’offensiva decisiva. La signora Erminia, una donna che portava il busto con la stessa fierezza di una corazza medievale, stava finendo di stirare una tovaglia che avrebbe potuto coprire comodamente una piazza d’armi.
«Augusto, ammettilo: questo Rusca è un’altra delle tue invenzioni. Come quel violinista dell’anno scorso che si è scoperto avere già tre mogli e un debito di gioco a Vercelli.»
Passalacqua, intento a lucidarsi i baffi con una spazzolina d’argento, non si scompose. «Questo è diverso, Erminia. È un archivista. Viene da Rosario, Argentina. Ha l’aria di uno che ha visto il mondo ma che ha una gran voglia di stare seduto. E noi, di che cosa abbiamo bisogno in questa casa? Di uno che stia seduto!»
Il riferimento era alla figlia, Diletta.
Diletta Passalacqua aveva trentatré anni e un fascino che, sebbene non esplosivo, possedeva la persistenza di certi profumi antichi che si sentono nei corridoi delle vecchie dimore. Aveva passato la giovinezza tra i ricami e le letture ad alta voce per la zia claustrofobica, e i capricci della vita — o forse la sua tendenza a incantarsi davanti ai tramonti invece che davanti ai partiti promettenti — l’avevano lasciata lì. Era simile a una di quelle edizioni rare che nessuno sfoglia per timore di rovinare la rilegatura, ma che nascondono illustrazioni sorprendenti.
«Trentatré anni, Augusto!» incalzò la signora Erminia, agitando il ferro da stiro come un monito divino. «Un’altra Pasqua e diventerà una reliquia.»
«Appunto» ribatté lui con logica ferrea. «Domani lo metto alla prova. Se sa distinguere un editto di Carlo Emanuele da una lista della spesa, e se non puzza troppo di tabacco economico, domenica lo portiamo qui per il bollito. Lo studieremo. Se è un uomo d’ordine, Diletta avrà il suo archivista e noi avremo la nostra pace.»
Dalla sua camera, Diletta ascoltava tutto attraverso il muro sottile. Non si faceva illusioni. Aveva già visto passare sotto il suo naso una serie di vedovi inconsolabili e ragionieri con la fissa per la contabilità domestica. Ma l’idea di un uomo che arrivava da Rosario, Argentina, le suggeriva un vago profumo di avventura, o quantomeno di qualcosa che non fosse il solito fumo di sigaro del padre.
Mentre Passalacqua spegneva la luce, convinto che il destino di sua figlia dipendesse dalla corretta catalogazione di un fondo del Settecento, Vittorio, alla pensione, starnutiva.
Non sapeva, il povero Rusca, che la prova in biblioteca non era che il primo esame di sbarramento. Il vero tribunale, quello presieduto dalla signora Erminia e dal suo ferro da stiro, lo aspettava tra un agnolotto e una salsa rubra.
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L'indomani, alle otto in punto, Vittorio varcò la soglia della Biblioteca Reale con la puntualità di un cronometro svizzero. Il cavalier Passalacqua lo attendeva già, in piedi dietro il suo bancone, avvolto in un camice grigio che lo faceva somigliare a un chirurgo pronto a operare la storia.
«Ben arrivato, Rusca. Spero che l'aria di Torino le abbia giovato. Mi segua, ho preparato il suo... banco di prova.»
Lo condusse in una saletta defilata, illuminata da una finestra alta che tagliava il pulviscolo in strisce dorate. Sul tavolo, tre casse di legno colme di fascicoli legati con lo spago e una pila di schede bianche.
«Queste sono le carte del fondo del marchese di Villarfocchiardo. Corrispondenza privata, ricevute di gabella, qualche appunto di caccia e, credo, diverse lettere d'amore che non avrebbero mai dovuto lasciare il cassetto. Il suo compito è quello di creare un indice analitico. Se entro mezzogiorno avrà cominciato a fare ordine tra i sospiri del marchese e i suoi debiti di gioco, potremo discutere seriamente del suo futuro tra questi scaffali.»
Non se lo fece dire due volte. Si sfilò la giacca, si arrotolò le maniche della camicia e si immerse nella carta. Era il suo elemento. Il fruscio delle pagine era musica per le sue orecchie e il profumo di inchiostro antico agiva su di lui meglio di un ricostituente. Lavorava con una grazia meticolosa: scioglieva i nodi senza forzarli, spianava le pieghe con il palmo della mano e leggeva le date con una rapidità che lasciò Passalacqua, rimasto a osservarlo dall'uscio con la scusa di caricare la pipa, sinceramente impressionato.
Onorato, dal canto suo, non vedeva solo un esperto catalogatore. Vedeva un uomo dai modi garbati, con una fronte spaziosa che suggeriva intelligenza e una certa malinconia nello sguardo che avrebbe sicuramente fatto breccia nella corazza di Diletta. «Rosario, Argentina...» rimuginava tra sé Passalacqua, espirando una nuvola di fumo azzurrognolo, «chissà che laggiù non abbiano imparato che il silenzio vale più di mille parole. È perfetto.»
A metà mattina, Vittorio alzò lo sguardo e incrociò quello di Passalacqua. «Cavaliere, guardi qui. Il marchese non era solo un dissipatore. In questa lettera del 1742 descrive un viaggio a Parigi che corregge diverse date ufficiali sulla diplomazia sabauda. È una scoperta di un certo rilievo.»
Passalacqua si avvicinò, inforcò i pince-nez e lesse. Poi tornò a guardare Vittorio, ma questa volta il rigore professionale lasciò spazio a una luce diversa, quasi paterna.
«Ottimo occhio, Rusca. Davvero ottimo. Sa, a vederla lavorare sembra quasi che lei non abbia fatto altro nella vita.» Vittorio sorrise, un po' troppo onestamente: «In un certo senso è così, Cavaliere. I libri non tradiscono mai.»
«E le persone, Rusca? Le persone tradiscono?» chiese Passalacqua, con una nota che Vittorio non seppe bene come interpretare. «Le persone... sono più complicate della carta, signor Passalacqua. Hanno bisogno di essere rilegate con molta più cura.»
Passalacqua chiuse la pipa nel palmo della mano, soddisfatto. La prova tecnica era superata, ora restava quella psicologica. «Bene, Rusca. La lascio lavorare. Senta... domenica mia moglie Erminia prepara il bollito. Niente di formale, s'intende. Ma mi farebbe piacere se lei venisse a trovarci. Sa, siamo solo io, lei e mia figlia Diletta. Sarà un modo per festeggiare il suo ingresso ufficiale — seppur provvisorio — nel nostro tempio.»
Vittorio sentì una strana fitta allo stomaco. Non era fame, era l'istinto del fuggitivo che sente scattare una trappola fatta di gentilezza. Ma guardando gli occhi speranzosi del vecchio archivista, non riuscì a dire di no.
«Sarà un onore, Cavaliere.»
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I giorni che lo separavano dalla domenica scivolarono via con la regolarità di un pendolo ben oliato. Torino, in quel breve lasso di tempo, sembrò volerlo rassicurare: la nebbia mattutina si alzava pigra dai viali, i portici offrivano il solito riparo discreto e il lavoro alla Biblioteca Reale procedeva con una fluidità quasi sospetta.
La spola tra la pensione e il suo nuovo "ufficio" divenne una coreografia rassicurante. Al mattino, il tragitto a piedi serviva a riordinare i pensieri; durante il giorno, le dita si sporcavano del nero d'inferno dei documenti del marchese di Villarfocchiardo; la sera, il ritorno alla tavola del signor Gamberini fungeva da decompressione.
«Domenica, dice? Dal cavalier Passalacqua?» commentò Gamberini, agitando un cucchiaio sporco di minestrina. «Auguri, caro Rusca. Il Cavaliere è un uomo d'oro, ma la moglie... dicono che Erminia Passalacqua abbia un fiuto che nemmeno un bracco da tartufi. E la figlia? Una perla, dicono. Un po' chiusa, come un libro mai tagliato, ma una perla.»
Annuiva, masticando con circospezione. Quelle chiacchiere da refettorio, che un tempo avrebbe liquidato come pettegolezzi di provincia, ora gli risuonavano nelle orecchie come avvertimenti strategici.
Le sue riflessioni notturne, però, erano le più agitate. Sdraiato sul letto della pensione, con lo sguardo fisso sul soffitto alto, sentiva il peso dell'incognita. Non era il lavoro a preoccuparlo — le carte del Settecento non avevano segreti per lui — ma la recita. A Rosario, in Argentina, non c'era mai stato. Aveva studiato mappe, imparato nomi di strade e il sapore immaginario del mate, ma sapeva bene che a un tavolo da pranzo, tra un bicchiere di vino e una domanda fintamente distratta della signora Erminia, il rischio di inciampare era altissimo.
«E se mi chiedono della parrocchia di Rosario? Se vogliono sapere del clima della Pampa?» si domandava, girandosi nel letto.
Il sabato pomeriggio, in biblioteca, l'atmosfera si fece quasi solenne. Augusto Passalacqua non gli diede nuovi incarichi. Si limitò a ronzargli intorno, sistemando fascicoli che non avevano bisogno di essere sistemati, e infine, prima di chiudere, gli si avvicinò con un'aria complice.
«Allora, Rusca... a domani. Ore tredici spaccate. Via dell'Ospedale, interno quattro. Non si preoccupi per il vestito, siamo tra amici. Ma veda di venire affamato: Erminia quando decide di cucinare il bollito non accetta prigionieri.»
Vittorio sorrise, un sorriso che sperava apparisse cordiale e non terrorizzato. «Sarò puntuale, Cavaliere. Non mancherò.»
Mentre tornava alla pensione per l'ultima sera di "libertà" prima dell'esame domestico, Vittorio sentì che la sua nuova vita torinese stava per subire un'accelerazione improvvisa. Quella che lo aspettava aveva il vago sentore di una trappola, certo, ma per la prima volta da quando era fuggito da Bellano, l'idea di essere catturato non gli sembrava del tutto una tragedia.
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La domenica torinese si presentò avvolta in una foschia grigiastra che rendeva i palazzi di via dell’Ospedale ancora più austeri. Vittorio, con indosso l’abito che considerava il suo scudo di rispettabilità e un mazzolino di violette stretto con discrezione, salì le scale dell'interno quattro sentendo il peso di ogni gradino.
Ad accoglierlo fu il cavalier Passalacqua, che per l’occasione aveva sostituito il camice grigio della biblioteca con una giacca di velluto color prugna, un tantino stretta sul girovita.
«Rusca! Puntuale, come si conviene a un uomo di lettere. Entri, entri pure.»
L’appartamento dei Passalacqua era uno scrigno di mobili lucidi, centrini inamidati e quel profumo di soffritto che in Piemonte funge da incenso domenicale. In salotto, la signora Erminia lo attendeva seduta su una poltrona di broccato, con la schiena dritta come se dovesse sorreggere l’intero edificio.
«Benvenuto, signor Rusca. Mio marito non fa che lodare la sua... pulizia nel lavoro. Dote rara, sa? Specialmente in chi ha viaggiato tanto.»
Vittorio porse le violette con un cenno misurato. «Un piccolo omaggio per la padrona di casa. E per la signorina Diletta.»
Diletta apparve in quel momento, uscendo dalla cucina con un vassoio di piccoli antipasti. Indossava un abito azzurro polvere che le donava una luce insolita; non era la bellezza che stordisce, ma quella che si fa scoprire piano, come una nota a margine in un testo antico. Lo salutò con un timido cenno del capo, ma i suoi occhi, incrociando quelli di Vittorio, parvero sorridere prima delle labbra.
A tavola, il cerimoniale fu gestito dalla signora Erminia con la precisione di un notaio. «Dunque, Rosario,» esordì lei, mentre serviva il brodo con un mestolo d’argento. «Una città di mare, suppongo. O di fiume?»
«Di fiume, signora. Il Paraná. Un gigante d’acqua che non ha nulla a che vedere con il nostro Po», rispose Vittorio, cercando di mantenere la voce ferma mentre ripescava nei ricordi geografici presi in prestito.
«Il fiume è importante,» sentenziò Erminia, osservandolo sopra il bordo della tazza. «L’acqua che scorre porta via le radici o le fortifica. Lei, Rusca, mi sembra uno che ha fortificato le sue altrove per venire a piantarle qui. Non le manca mai... l’orizzonte di laggiù?»
Vittorio sentì la punta di un interrogatorio che non voleva sembrare tale. «L’orizzonte è quello che ci portiamo dentro, signora. Torino ha una sua precisione che trovo... riposante.»
Poi arrivò il bollito. Augusto lo servì con orgoglio quasi araldico: la testina, il muscolo, la lingua scarlatta. «Assaggi questa salsa rubra, Rusca. La ricetta è di mia nonna. In Argentina avrete la carne migliore del mondo, ma senza il condimento giusto è solo materia grezza. Qui a Torino, noi diamo forma alle cose.»
Vittorio mangiava con prudenza, consapevole che ogni boccone era osservato. Diletta, seduta di fronte a lui, pareva godersi la sua leggera difficoltà. «Mamma, lascia respirare il signor Rusca,» intervenne lei con una voce dolce ma ferma. «Se gli chiedi tutto oggi, domenica prossima non sapremo più cosa domandargli.»
Quella "domenica prossima" risuonò nella stanza come una promessa o un verdetto. Augusto ridacchiò, versando altro vino. «Ha ragione la ragazza! Rusca, non si spaventi. Mia moglie vuole solo assicurarsi che l’archivio della Reale sia in buone mani. E non parlo solo di fogli di carta.»
Vittorio sollevò il bicchiere, incrociando lo sguardo di Diletta. Lei abbassò gli occhi, ma non prima di avergli inviato un segnale di solidarietà. In quel momento, tra il vapore del lesso e il calore della stanza, Vittorio si rese conto che la trappola della famiglia Passalacqua non era fatta di ferro, ma di una seta sottilissima e molto resistente. Una seta che, incredibilmente, non aveva nessuna voglia di strappare.
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A Bellano, il tempo ha la strana capacità di rimescolare le carte proprio quando pensi che la partita sia finita. In via Roma, la sparizione di Eraldo Scannagatti non era più una tragedia, ma aveva lasciato le due donne in una situazione economica che non si poteva certo definire rosea.
Amabile stava seduta nella penombra della cucina, osservando la figlia Iride che, davanti allo specchio del corridoio, si sistemava una ciocca di capelli sfuggita alla severità dell'acconciatura. Iride aveva passato la trentina, ma il lutto le aveva conferito un’aria di mistero che ne esaltava la carnagione pallida e lo sguardo languido. Era ancora una bella donna, di quelle che sanno far voltare la testa sotto i portici, specialmente ora che la sua solitudine la rendeva, agli occhi di molti, una terra di conquista.
«Lascia stare quei capelli, Iride. Ti stanno bene anche spettinati, anzi, meglio. Ti danno quell’aria smarrita che tanto piace agli uomini che si credono forti.»
Iride si voltò, con un sospiro. «Mamma, smettila. Sembra che tu stia vendendo della merce al mercato.»
«Non vendo nulla, figlia mia. Valuto le risorse,» rispose Amabile, alzandosi con lentezza. Si avvicinò alla finestra e scostò la tenda di pizzo. «Guarda il Caimi. Guarda come cammina. Ha le tasche piene e il passo di chi pensa di non dover più rendere conto a nessuno. È convinto che, sparito Eraldo, sia sparito anche il debito che ha verso questa casa.»
Il Caimi, in effetti, passava in quel momento sotto le loro finestre. Si sentiva un uomo arrivato: le manovre che avevano prosciugato le finanze di Eraldo erano ora il solido piedistallo su cui poggiava la sua nuova stabilità. Credeva che il passato fosse cenere.
«È un peccato, però,» riprese Amabile, quasi parlando a sé stessa. «Vedere tutto quel ben di Dio — la sua casa, i suoi investimenti, quel che, Dio sa come, ha sottratto a tuo marito — finire magari nelle mani di una qualche vedova allegra di Lecco o di una sventurata qualunque. Quando invece tutto quel patrimonio potrebbe tornare a dormire proprio sotto questo tetto.»
Iride la guardò, finalmente comprendendo, non senza un senso di sgomento, la portata del ragionamento materno.
«Tu vorresti che io... con il Caimi?»
«Io voglio che tu non debba più contare i centesimi per fare la spesa, Iride. Il Caimi ha il patrimonio, tu hai ancora la giovinezza e … insomma, non devo certo ricordartelo io! »
Amabile aprì la finestra, lasciando che il rumore del lago e l'odore della polvere entrassero nella stanza.
«Chiamalo. Ma con dolcezza. Digli che hai trovato delle carte che ti confondono, che hai bisogno di un uomo che sappia dove mettere le mani. Fagli sentire che senza di lui sei una barca senza timone. Gli uomini come il Caimi adorano sentirsi indispensabili, specialmente quando sanno di essere in colpa. È la colpa, Iride, il miglior collante per un matrimonio.»
Iride esitò un istante, poi si avvicinò al davanzale. Il Caimi era quasi all'angolo.
«Signor Caimi! Signor Caimi, mi scusi...»
La voce di Iride arrivò al destinatario come una carezza inaspettata. L'amministratore si fermò di colpo, si tolse il cappello e alzò lo sguardo. Vide la vedova Scannagatti incorniciata dai fiori del balcone, bella come non l'aveva mai vista, con un'espressione che non chiedeva spiegazioni, ma aiuto.
«Dica pure, signora Iride! Sono ai suoi ordini.»
«Se avesse un momento... mamma ha preparato il caffè. Ci sono delle faccende di Eraldo, vecchi conti che io proprio non so come chiudere... mi sento così smarrita.»
Il Caimi sentì un calore insolito salirgli al colletto. L'idea di rispondere a quel richiamo lo lusingava oltre ogni dire. Senza contare che aveva tutto l’interesse a mantenere il controllo sugli affari della famiglia Scannagatti e su ogni vecchia o nuova carta fosse saltata fuori.
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Il salotto di via Roma conservava quel rigore d’altri tempi, dove ogni centrino sembrava messo lì per testimoniare una rettitudine che i conti correnti faticavano a confermare. Il Caimi sedeva sulla poltrona di velluto, tenendo la tazzina di caffè con il mignolo leggermente sollevato, un gesto che nella sua mente lo distanziava dalla rozzezza dei pescatori giù al molo.
«È un caffè eccellente, signora Amabile. Sa, con tutto il lavoro che mi è piovuto addosso... un momento di ristoro in questa casa è quasi una benedizione.»
Il Caimi sorrise, ma i suoi occhi, rapidi come quelli di un roditore, stavano già facendo il giro della stanza, posandosi sulla scrivania di Eraldo dove una pila di faldoni pareva attendere solo un cenno.
«Lo immaginiamo, caro Caimi,» mormorò Amabile, sistemandosi sul divano con la solennità di una sfinge. «Lei è rimasto l’unico su cui Bellano possa contare per certe faccende. Iride e io ne parlavamo proprio ieri: "Senza il signor Caimi," dicevo, "quelle carte resterebbero mute per sempre". Vero, Iride?»
Iride, seduta poco distante, annuì appena. Aveva lasciato cadere lo sguardo sul vassoio dei frollini, ma la sua posa, leggermente inclinata verso l’ospite, non era sfuggita al Caimi.
«Mamma ha ragione,» disse Iride con una voce che sembrava appena uscita da un cassetto di lavanda. «Io apro quei registri e vedo solo numeri che si rincorrono. Mi sembra di tradire la memoria di Eraldo a non capirci nulla. Certe cifre, certi passaggi di proprietà di tre anni fa... lei sicuramente saprà dove mettere le mani …»
Il Caimi sentì un leggero brivido lungo la schiena, e il caffè per poco non gli andò di traverso. Tre anni fa. Proprio il periodo in cui la "gestione creativa" dei fondi di Eraldo aveva preso il volo.
«Certamente, signora Iride. La memoria di Eraldo è sacra. È per questo che sono qui: per evitare che occhi... estranei, diciamo, possano interpretare male quello che era solo un modo, come dire, un po' estroso di far fruttare il capitale. Se me li lascia studiare in ufficio, o magari qui da voi in un paio di pomeriggi...»
«Qui, qui da noi,» tagliò corto Amabile, servendogli un altro giro di caffè con una mano che non tremava. «L'ufficio è così freddo, e poi la gente mormora se la vedono uscire con troppe carte sotto il braccio. Qui troverà silenzio, discrezione... e la nostra gratitudine.»
Amabile lasciò cadere la parola "gratitudine" con la stessa precisione con cui un pescatore lancia l'amo dove sa che la corrente è favorevole. Il Caimi gonfiò impercettibilmente il petto.
Iride alzò lo sguardo, incrociando quello del Caimi. Non c’era accusa nei suoi occhi, ma una sorta di ammirazione sospesa, quella che si riserva a chi detiene le chiavi di un mistero.
«Lei è così sicuro di sé, signor Caimi,» mormorò lei, lisciandosi una piega della gonna nera. «A volte mi chiedo come facesse Eraldo senza i suoi consigli. Forse, se le avesse dato retta prima...»
Il Caimi si schiarì la voce, lusingato fino al midollo. «Eraldo era un uomo d'altri tempi, signora. A volte la prudenza diventa un limite. Ma lei... lei mi sembra avere una tempra diversa. Più incline a capire che certe fortune vanno coltivate con mano ferma.»
Amabile sorrise nell’ombra. La mano ferma del Caimi era esattamente ciò che intendeva riportare dentro quel portone, insieme a tutto ciò che quella mano aveva saputo accalappiare altrove.
«Dunque è deciso,» concluse la vecchia, alzandosi per riprendere il vassoio. «I giovedì e i sabati. Iride le preparerà lo studio e io penserò a qualcosa per rinfrescarle la mente tra un bilancio e l'altro. Bellano ha bisogno di uomini come lei, Caimi. E anche questa casa, a quanto pare.»
Uscendo sul marciapiede di via Roma, il Caimi si aggiustò il cappello con un colpo secco. Si sentiva leggero. Aveva ottenuto l'accesso libero alle prove dei suoi furti e, come bonus, l'attenzione devota di una vedova che non era mai stata così appetibile.
Dall'alto, dietro la tenda di pizzo, Amabile non disse nulla. Si limitò a fare un cenno alla figlia, che stava già chiudendo il primo faldone con una calma che non aveva nulla a che fare con lo smarrimento.
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39


Passarono le settimane, e Torino si incaricò di trasformare l’eccezionale in quotidiano. Per Vittorio, la vita si era ridotta a un triangolo rassicurante: la camera della pensione, il tavolo della biblioteca e il salotto dei Passalacqua.
In biblioteca, il rapporto con il Cavaliere era fiorito nel segno della polvere. Augusto Onorato aveva scoperto in quel "Rusca" non solo un archivista impeccabile, ma un uomo capace di ascoltare per ore i suoi soliloqui sulle genealogie dei duchi di Savoia senza mai dare segni di cedimento. Vittorio era diventato la sua ombra colta, colui che trovava il documento mancante proprio quando il Cavaliere stava per perdere le staffe. La stima di Augusto cresceva di pari passo con la catalogazione del fondo Villarfocchiardo, tanto che ormai lo chiamava "caro Rusca" anche davanti ai colleghi più anziani.
Ma era la domenica il vero campo di prova.
I pranzi in via dell'Ospedale erano diventati un appuntamento fisso, una sorta di rito liturgico presieduto dalla signora Erminia. La donna continuava a esercitare il suo ruolo di sentinella con una dedizione che avrebbe fatto onore a un corpo di guardia. Non passava domenica che non sottoponesse Vittorio a un piccolo, velatissimo terzo grado: un dettaglio su Rosario, una curiosità sulla cucina argentina, una domanda a bruciapelo sulle abitudini religiose d’oltreoceano.
Vittorio, dal canto suo, era diventato un funambolo della menzogna. Rispondeva con una pacatezza che Erminia scambiava per educazione e Diletta per saggezza.
Proprio Diletta era diventata il centro di gravità di quelle ore. Tra un passaggio di salsa rubra e una tazzina di caffè, i due avevano iniziato a costruire un linguaggio fatto di sottintesi. Era lei a incoraggiarlo con lo sguardo quando la madre si faceva troppo inquisitoria; era lei a lanciare ponti di conversazione su temi meno rischiosi, come la musica o le letture serali.
«Papà dice che lei ha una calligrafia d'altri tempi, signor Rusca,» azzardò una domenica Diletta, mentre Erminia era momentaneamente impegnata a domare una meringa in cucina. «Dice che i suoi indici sembrano scritti da un amanuense medievale.»
«La precisione è l'unica cortesia che possiamo usare verso chi verrà dopo di noi, signorina Diletta,» rispose Vittorio, sentendo il cuore accelerare un battito.
«E lei... pensa sempre a chi verrà dopo?» chiese lei, abbassando la voce e fissandolo con una curiosità che non aveva nulla di accademico.
Vittorio aspettava. Aspettava che la confidenza sedimentasse, che il Cavaliere lo considerasse ormai parte dell'arredamento e che la signora Erminia allentasse, anche solo di una maglia, la sua rete di protezione. Sapeva che chiedere un'uscita a due, un sabato pomeriggio verso le cinque — l'ora della cioccolata e del passeggio — era come lanciare una sfida al decoro sabaudo.
Ma sentiva che il momento stava arrivando. Lo capiva da come Diletta indugiava sulla soglia quando lui se ne andava, e da come Augusto, ormai, gli metteva una mano sulla spalla per congedarlo.
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40


Il Cavalier Passalacqua possedeva una virtù rara per un archivista: sapeva leggere tra le righe anche quando non c’erano scritte. Quando Vittorio, con la faccia di chi sta per confessare un ammanco di cassa, gli balbettò la proposta di una cioccolata al Bicerin per il sabato pomeriggio, Augusto non batté ciglio. Si limitò a togliersi gli occhiali e a osservarli controluce, come a cercarvi un’impronta digitale del destino.
«Il Bicerin, Rusca? Luogo pericoloso. Non per l’onore, s’intende, ma per il fegato. La panna è un’arma a doppio taglio.»
Vittorio rimase sospeso tra un’apologia della digestione e il timore di aver osato troppo. Ma il Cavaliere, con un guizzo che lo Scannagatti avrebbe riconosciuto come tipico dei burocrati quando intravedono una scappatoia, sorrise.
«Però è un’idea luminosa. Mia moglie Erminia, vede, è convinta che il mondo fuori dal Quadrilatero sia popolato da sabaudi degenerati. Se lei le chiedesse il permesso, riceverebbe un no così rotondo da sembrare una "O" di Giotto. Ma vedrò di aggirare l’ostacolo …»
Vittorio intuì che stava assistendo alla nascita di una complicità tra maschi, di quelle che si sigillano con un cenno del capo e il silenzio assoluto verso le autorità domestiche.
Il sabato arrivò con una pioggerellina sottile, di quella che non bagna ma irrita i nervi. Davanti alla vetrina del celebre caffè, Vittorio si sentiva come un fuggiasco che ha appena superato la frontiera senza documenti. Quando vide spuntare Augusto e Diletta, la scena parve uscita da un vaudeville di quart'ordine.
Augusto procedeva con passo marziale, trascinando la figlia come se la stesse conducendo a un esame di Stato. Diletta, sotto l'ombrello, aveva un'espressione che oscillava tra il divertimento e la pena per quella messa in scena così maldestra.
«Rusca! Che combinazione astrale!» esclamò il Cavaliere con un volume di voce che fece voltare un vetturino di passaggio. «Stavo proprio portando Diletta a prendere un po' d'aria e guardi chi si incontra. Il nostro miglior catalogatore!»
Vittorio si tolse il cappello con una solennità che rasentava il ridicolo. «Cavaliere. Signorina. Che sorpresa deliziosa.»
«Senta, Rusca,» continuò Augusto, guardando l'orologio con la frenesia di chi ha una bomba in tasca, «mi è appena venuto in mente che il Direttore mi attende per una questione di... di timbri a secco. Cose noiose, burocratiche. Non vorrei trascinare la povera Diletta in ufficio. Se lei avesse la cortesia di offrirle una cioccolata ... io passerei a riprenderla tra un'ora. Diciamo un'ora e mezza, se i timbri sono molti.»
Senza aspettare risposta, il Cavalier Passalacqua si congedò con un mezzo inchino e una fuga precipitosa verso la prima traversa, lasciandoli lì, sul marciapiede, come due naufraghi scampati a un naufragio di parole.
Diletta guardò il padre sparire dietro l'angolo, poi si voltò verso Vittorio. Un piccolo sorriso le increspò le labbra, un sorriso che sapeva di chi ha mangiato la foglia da un pezzo.
«Mio padre avrebbe dovuto fare il suggeritore a teatro, signor Rusca. Ha un talento naturale per le uscite di scena catastrofiche.»
Vittorio, ancora col cappello in mano, sentì il freddo di Torino mitigato da un improvviso calore interno. «Spero che la sua recita non l'abbia offesa, signorina. L'intenzione, per quanto goffa, era delle migliori.»
«Perdonati entrambi, Rusca. Ma entriamo, prima che papà si penta e torni indietro a parlarci dei timbri del Settecento.»
Varcata la soglia, tra il profumo di cacao e il marmo dei tavolini, Vittorio si sedette di fronte a lei. Percepiva solo il vapore del Bicerin e lo sguardo di Diletta che lo studiava con una curiosità che non aveva nulla di archivistico.
In quel momento, Eraldo Scannagatti gli sembrò una vecchia cronaca di provincia, scritta male e finalmente riposta nell'ultimo scaffale della memoria.
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41


Al tavolino del Bicerin Diletta posò il cucchiaino e, con un gesto che avrebbe fatto svenire la madre, si tolse un guanto, lasciandolo cadere sul marmo con una noncuranza quasi ribelle.
«Mio padre è un uomo d'altri tempi, Rusca. È convinto che per scampare a una tempesta basti cambiare il nome alle nuvole. "Consultazione urgente", ha detto. Ci crede solo lui.»
Sorrise, sentendo per la prima volta che quel vestito da "uomo ammodo" gli stava un po' stretto. «La gratitudine che provo verso la sua capacità di inventare nuvole è infinita, Diletta. Anche perché, a stare sempre chiusi tra quattro mura, si finisce per diventare del colore della carta.»
«Grigio topo, intende?» Diletta inclinò la testa, osservandolo con una punta di malizia. «Non le si addice. Lei ha l’aria di uno che, se potesse, darebbe fuoco a tutti i registri del mondo per vedere che effetto fa la luce senza polvere.»
Vittorio ebbe un sussulto, ma lo soffocò con un sorriso. «È una tentazione che a volte sfiora anche i santi, figuriamoci un povero diavolo che ha passato metà della vita a mettere in fila i fatti degli altri. Ma mi dica di lei... non mi vorrà far credere che la sua massima aspirazione sia ricamare iniziali sulle lenzuola del corredo.»
Diletta abbassò la voce, avvicinandosi quel tanto che bastava perché Vittorio avvertisse un profumo di violetta e ribellione. «Il corredo è una prigione di tela, Rusca. Mia madre ci tiene la vita sottochiave. Io però ho una chiave di riserva: la sera, quando tutti dormono, mi perdo nei racconti di chi ha avuto il coraggio di mollare gli ormeggi. Gente che non chiede il permesso per esistere.»
«È un vizio pericoloso, Diletta. Si rischia di svegliarsi un mattino e non riconoscere più la propria stanza.»
«Magari fosse così facile,» sospirò lei, guardando fuori dalla vetrina appannata. «A volte invidio chi arriva da lontano. Chi ha avuto la fortuna di perdersi per poi ritrovarsi in un posto dove nessuno può dire: "Ti conosco da quando portavi le trecce". Dev'essere una sensazione magnifica. Un po' come nascere due volte.»
Vittorio sentì un calore che non veniva dalla cioccolata. Era la prima volta che qualcuno, senza saperlo, benediceva la sua fuga invece di condannarla.
«Nasce due volte solo chi ha il coraggio di dimenticare la prima.» mormorò lui, quasi tra sé. Poi, recuperando il tono brioso: «Ma non parliamo di rinascite, che sennò finiamo per sembrare due filosofi in pensione. Mi dica piuttosto: quel rito del bollito misto è così … ineludibile come sembra?»
Diletta scoppiò in una risata limpida che fece voltare un anziano signore al tavolo accanto. «Peggio, Rusca. È un rito di espiazione. Se non si presenta puntuale e con l'appetito di un lupo, mia madre è capace di tenerle il broncio fino a Pentecoste.»
«Allora abbiamo un problema. Perché io, qui, sento che potrei restare seduto fino a Natale.»
Rimasero a scherzare per un'ora, parlando di tutto e di niente, di sogni proibiti e di piccole miserie quotidiane, come due complici che hanno appena scoperto di avere la stessa passione per le fughe dalla realtà. Quando uscirono, la pioggia aveva lasciato il posto a una Torino lucida e misteriosa.
Il Cavaliere li aspettava con l’aria più rilassata di cui fosse capace ma tutto in lui tradiva l’apprensione circa la buona riuscita di quella audace sortita.
Congedandosi, Diletta gli tese la mano. «Grazie, Rusca. Per la cioccolata e per non avermi parlato di indici nemmeno per un secondo.»
«Grazie a lei, Diletta. Mi ha ricordato che fuori dagli archivi c’è un mondo che non ha bisogno di essere catalogato.»
S'incamminò verso la pensione, sotto i portici di Torino, con il cuore leggero.
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42


Se il Caimi avesse avuto un briciolo della prudenza che millantava nei contratti di compravendita, quel giovedì pomeriggio si sarebbe dato malato, o meglio ancora, si sarebbe imbarcato sul primo piroscafo per Colico senza fare domande. Invece, eccolo lì, con la borsa di cuoio lucida e il cappello in mano, mentre risaliva le scale degli Scannagatti con la baldanza di un conquistatore che ignora di stare entrando in un campo minato.
Ad accoglierlo sulla porta trovò Amabile in persona che, per l’occasione, aveva sfoggiato un grembiule così candido da sembrare un sudario lavato con la candeggina.
«Prego, caro Caimi, entri pure. Lo studio di Eraldo è proprio come lo ha lasciato lui: un disastro di carte e di polvere. Se non ci fosse lei a metterci il naso, credo che i ragni finirebbero per dare la scalata anche alle pareti.»
Il Caimi entrò gonfiando il petto. «Dovere, signora Amabile. Dovere e amicizia. Eraldo era un uomo d'oro, ma con i numeri... beh, diciamo che aveva un rapporto di pura fantasia.»
«Proprio come lei, immagino,» mormorò Amabile, ma così piano che il Caimi poté scambiarlo per un complimento sulla sua competenza professionale.
Lo studio era una fornace di penombra. Iride era già lì, seduta su una sedia impagliata vicino alla scrivania, con un libro di preghiere in mano che però non sembrava consultare con troppa devozione. Quando il Caimi entrò, lei alzò lo sguardo con una lentezza studiata, lasciando che un raggio di sole le illuminasse proprio lo zigomo e quella piega malinconica delle labbra.
«Signor Caimi... non so come ringraziarla. Togliere il disturbo a un uomo così occupato per delle vecchie scartoffie... mi sento quasi in colpa.»
«Ma non dica sciocchezze, signora Iride!» esclamò lui, posando la borsa sul tavolo con un tonfo che fece tremare il calamaio. «Per lei troverei il tempo anche se dovessi amministrare l’intero Ducato di Milano.»
Amabile, intanto, si aggirava intorno a loro come un arbitro di boxe al primo round. «Io vi lascio al vostro lavoro. Vado a preparare un po’ di zabaione. Con questo primo caldo, un rinforzino è quello che ci vuole per non farsi venire il mal di testa sopra i bilanci.»
Rimasti soli, il silenzio dello studio fu rotto solo dal fruscio delle carte che il Caimi iniziò a sfogliare con una foga sospetta. Cercava, con la coda dell'occhio, di individuare i faldoni del '32 e del '33, quelli dove i prelievi "per spese varie" avevano assunto dimensioni da crociera transatlantica.
«È un lavoro lungo, vero?» chiese Iride, avvicinandosi alla scrivania. Il fruscio della sua gonna di seta era, per le orecchie del Caimi, molto più interessante di quello della carta bollata.
«Lungo e delicato, signora mia. Qui c'è roba che scotta. Se finisse nelle mani sbagliate... beh, diciamo che la memoria del povero Eraldo ne uscirebbe abbastanza ammaccata.»
«Meno male che ci sono le sue, di mani,» sussurrò lei, sfiorando appena il bordo del tavolo dove lui stava armeggiando. «Io mi fido ciecamente. Anzi, se dovesse trovare qualcosa di... insolito, non si faccia scrupoli. Siamo tra amici, no?»
Il Caimi sentì un sudore freddo salirgli alla nuca, ma contemporaneamente un calore vanitoso gli si allargò nel petto. Era convinto di essere un genio del crimine che stava seducendo la vittima per coprire il bottino. Non si accorgeva che Iride, con la grazia di una sfinge bellanese, stava solo controllando che il pesce abboccasse per bene prima di tirare la lenza.
Dalla cucina arrivava il suono ritmico della frusta che sbatteva le uova. Un suono secco, metodico. Pareva quasi che Amabile stesse battendo il tempo di un'esecuzione, o forse, più semplicemente, stava pregustando il momento in cui quel bel patrimonio del Caimi — "maltolto" compreso — sarebbe rientrato in casa dalla porta principale, con tanto di fedi nuziali e benedizione del prevosto.
«Caimi?» chiamò Amabile dalla cucina. «Lo vuole con un goccio di Marsala o lo preferisce liscio?»
«Con il Marsala, signora! Abbondi pure!» rispose lui, ridendo come un ragazzino in libera uscita.
Povero Caimi. Se avesse saputo che quel liquore era solo lo zucchero per indorare la pillola di una prigionia a vita, avrebbe chiesto del fiele.
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43


La settimana successiva alla cioccolata passò in un soffio, tra il fruscio delle schede e il silenzio complice del Cavalier Passalacqua, che ormai trattava Vittorio con una premura quasi paterna. Ma il vero esame, come sempre, era fissato per la domenica a tavola.
Il pranzo era arrivato alla frutta quando la signora Erminia, che fino a quel momento si era limitata a sorvegliare il livello del vino nei bicchieri, posò il tovagliolo con una decisione che fece tacere persino il ticchettio della pendola.
«C’è un sole che pare fatto apposta per uscire,» esordì lei, guardando fisso un punto imprecisato sopra la testa di Vittorio. «E siccome il signor Rusca è qui per conoscere la nostra città, mi pare un peccato lasciarlo ammuffire in salotto a sentire Augusto che parla di codici e pergamene.»
Augusto Onorato sollevò lo sguardo dal suo mandarino, sorpreso da tanta apertura. Vittorio, dal canto suo, cercò di darsi un contegno, mentre Diletta improvvisamente sembrava molto interessata alla decorazione del proprio piatto.
«Veramente, signora Erminia, non vorrei recare disturbo...» azzardò Vittorio.
«Nessun disturbo, Rusca. Anzi, farebbe un piacere a me. Diletta ha bisogno di camminare, che a stare sempre china sui libri le viene il colorito di una mozzarella. Perché non andate a fare due passi al Valentino? O se avete voglia di vedere Torino dall'alto, prendete la funicolare per Superga. L'aria lassù è un'altra cosa.»
Il silenzio che seguì fu rotto solo dal rumore di Augusto che sbucciava il frutto, con una cura che tradiva la sua voglia di non intromettersi nel piano strategico della moglie. Erminia doveva aver realizzato che l’argentino era educato, lavoratore e, soprattutto, era lì. E a una certa età, le madri sabaude preferiscono un orizzonte certo a un miraggio lontano.
«Se la signorina Diletta non ha altri impegni...» mormorò Vittorio, rivolgendosi alla ragazza.
«Impegni? E quali impegni dovrebbe avere?» tagliò corto Erminia. «Andate, andate. Che a tornare per l'ora di cena c'è tutto il tempo.»
Poco dopo, i due si ritrovarono sul marciapiede, con il portone di via dell'Ospedale che si chiudeva alle loro spalle come il sipario di un primo atto riuscito. Camminarono per un po' in silenzio, sentendo il fresco del pomeriggio e la strana libertà di essere soli senza dover inventare scuse d'archivio.
«Mia madre è stata di una sottigliezza degna di un diplomatico in pensione,» disse Diletta dopo un po', con un mezzo sorriso che le illuminava il viso.
«È stata molto convincente,» ammise Vittorio, aggiustandosi il cappello. «E io sono stato molto felice di lasciarmi convincere. Spero che la destinazione le aggradi, signorina.»
«Mi aggrada qualunque posto che non abbia l'odore di bollito o di cera per pavimenti, Rusca. Allora, Superga? Mi dicono che da lassù si veda tutto benissimo. Anche quello che uno preferirebbe tenere nascosto.»
Vittorio avvertì una punta di calore sotto il colletto, ma rispose con la stessa leggerezza: «Allora vorrà dire che guarderemo solo le montagne. Quelle non fanno domande e non pretendono risposte.»
Diletta gli sfiorò il braccio; un contatto quasi accidentale che però fece sentire Vittorio molto lontano dai problemi che avevano sospinto Eraldo lontano dal suo lago. Mentre s'incamminavano verso la stazione della funicolare, Torino sembrava stendersi ai loro piedi come un invito a dimenticare tutto il resto.
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Andata e Ritorno - Parte 3 testo di sergiomis
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